That which I see is data.
mesopotamian farming proverb
That which I hear is data.
That which I taste is data.
All else is illusion.
Digital Conscience
È innegabile che il digitale oggi rappresenti una parte fondamentale delle nostre vite, eppure per molti rimane in una dimensione percepita come separata, tecnica, avulsa dalla comprensione quotidiana. Esiste ma siamo illusi che la tecnologia digitale sia una concessione che menti più illuminate delle nostre ci fanno. Sorvolando sull'idea stramba per cui chi gestisce il mondo digitale oggi sia in qualche modo illuminato, è importante comprendere quanto l'uso degli strumenti digitali non sia diverso da scrittura e lettura, o dalla coordinazione motoria: sono cose alla portata di tutti ma che vanno apprese. Fare canestro in un cestino non è difficile, l'azione di lanciare qualcosa con una direzione però è difficile da ritrovare in altre specie animali – è una delle tecniche apprese che ci rende umani. Oggi il digitale è la versione più nuova di queste cose che contribuiscono alla nostra umanità. Non esiste un confine fra uomo e macchina. Gli algoritmi non vengono da altre dimensioni. Siamo tutti cyborg. Avere una pagina personale per far sapere dove siamo in questa estensione del nostro mondo è solo normale.
per un'esistenza low-tech
My Casio is on my wrist right now, because it is the last quiet thing
in a life full of things that won't stop talking.
Terry Godier, The Last Quiet Thing
Con low-tech si intende quella tecnologia del passato che rimane
attuale e utilizzabile, in controtendenza con la continua rincorsa al
progresso dell'high-tech. È un elogio a resilienza e sostenibilità
contro efficienza e spreco. L'archiviazione digitale occupa sempre più spazio
e risorse. I file diventano sempre più pesanti senza un reale motivo se non
quello di consumare più velocemente le suddette risorse (un po' come chi compra
un SUV per andare solo in autostrada, consumando molta più benzina di un'utilitaria).
Spendiamo di più per vedere numeri più grandi senza preoccuparci dello spreco.
La soluzione alle 100 000 foto in galleria non è pensare di cancellarne alcune
(anche solo i duplicati) ma comprare un telefono con più spazio d'archiviazione
o pagare un abbonamento per affittare quello di computer altrui (il cloud).
Ecco, io preferisco non buttare sempre più soldi al problema per nasconderlo
finché non si ripresenta a chiedere ulteriore moneta come i migliori strozzini.
A riguardo, ci sono gli articoli di low←tech magazine:
i due che mi interessa condividere sono questi sul come e perché gestire un sito a basso consumo
(come questo) e riciclare i vecchi computer.
The cost of a thing is the amount of life which is required to be exchanged for it.
Henry D. Thoreau, Walden (1854)
Una prima soluzione è quella di spostare, dove possibile, la nostra vita digitale
in formati standard e leggeri. Quelli un po' noiosi ma che hanno resistito alla
prova del tempo. Sono un grande fan dei normalissimi file di testo (.txt).
È un formato che non ti nasconde niente e si lascia aprire da tutti i computer.
Ti mostra solo quello che ci metti dentro: niente distrazioni con menù a tendine,
opzioni, continui cambi di font. C'è solo il messaggio. Si potrebbe pensare che
il digitale non debba essere una semplice copia dell'alternativa fisica ma sia meglio
invece sfruttare le potenzialità del digitale. Alla fine, i file di testo sono solo
una macchina da scrivere con la modifica veloce e una pagina pressoché infinita.
Ci sono però dei trucchi per poterci fare tutto: dalla lista della spesa, al calendario,
alla pubblicazione di articoli scientifici. Basta impararli, ed è facile perché il lavoro
pesante lo hanno già fatto le altre persone. Di base si sfruttano alcuni di quei
limitati simboli sulla tastiera per definire la formattazione finale del testo;
viene fatto grazie a quelli che si chiamano linguaggi di markup
(si aggiungono delle annotazioni per dire al computer come mostrare il risultato finale).
Questo sito, e gran parte di internet, è scritto usando uno di questi linguaggi: HTML.
Se premi il tasto destro su questa pagina e selezioni "Visualizza sorgente" puoi vedere
il file originale che ho scritto. Ci sono alcuni tag inseriti dentro parentesi
uncinate (<>) che dicono al browser quali parole devono essere in grassetto o
quali puoi cliccare per attivare un link.
È più facile di quel che sembra ma, per le cose ancora più semplici come le note, esiste
anche il Markdown.
Come si può evincere dal nome, nasce proprio come forma essenziale di un linguaggio di
markup. È un concetto analogo alla formattazione di WhatsApp: invece di
cliccare un tasto dell'interfaccia per selezionare il grassetto o il corsivo
come si fa su Word, si aggiungono gli asterischi o i trattini bassi a incorniciare ciò
che si vuole modificare (*grassetto* o _corsivo_).
Alcuni link per esplorare questo mondo:
- per capire i problemi dello status quo: Markdown and the Slow Fade of the Formatting Fetish (2025)
- per esplorare le potenzialità dello strumento, ci sono gli articoli del Plain Text Project, a metà fra blog e wiki
- In Praise of Plain Text e Write plain text files per capirne i vantaggi
- anche le email gioverebbero dal ritorno al testo
- per usarlo nel mondo accademico, c'è questo video introduttivo, oppure questi quattro articoli
- ci puoi anche fare le presentazioni!
Nella vita fa sempre bene un po' di scetticismo. I luddisti erano contrari
alle macchine nel momento in cui queste, usate per sostituire la componente
umana nelle fabbriche, conducevano ad un abbassamento dei salari e ad
un generale peggioramento delle condizioni di lavoro. La tecnologia non
è sbagliata di per sé, è l'impiego che se ne fa che spesso porta frutti
solo ad un numero sempre più ristretto di persone. Attualmente gran parte
delle nostre funzioni digitali passa per il controllo di aziende statunitensi,
le quali non mancano
di ricordarci
quanto possano isolare
gli individui che non stanno loro particolarmente simpatici.
Oggi siamo su una strada che ci obbligherà a rimanere sempre connessi,
senza avere più la potenzialità di una finestra di tempo lontana dal
mondo digitale. Nello stesso modo in cui è importante garantire l'accesso
a internet, bisogna garantire l'uscita da esso. Cosa succederà quando ci
sarà un blackout di più giorni dovuto a sempre più continui sovraccarichi
e surriscaldamenti della rete elettrica? Rischiamo di rimanere bloccati
fuori dalle funzioni più basilari.
privacy & sicurezza
La privacy è un diritto fondamentale. È la capacità di decidere cosa
gli altri sanno di te, avere un controllo sull'accesso. La divisione fra
pubblico e privato è qualcosa che riguarda ogni ambito della nostra vita da
ben prima dell'avvento del mondo digitale. E come gli altri diritti
fondamentali è costantemente sotto attacco da chi vuole fare tanti soldi.
La privacy non è segretezza: tutti sappiamo cosa le persone vanno in bagno
a fare, però la porta la chiudiamo comunque. Nel mondo digitale, soprattutto
quello gestito dalle big tech (termine che indica le aziende in posizione di
monopolio, in questo caso GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft),
la privacy è spesso un'illusione.
Instagram ha rimosso
la crittografia nelle chat e ora legge e analizza tutti i messaggi inviati;
dicono di farlo "per proteggere i minori" anche se l'unica cosa che proteggono
è il loro business, basato sulla raccolta e vendita di dati personali
agli inserzionisti. Cosa che ha sempre fatto anche Google con Gmail. Tutte
queste aziende guadagnano principalmente dalla pubblicità, anche se i
servizi che offrono non appaiono tali in superficie.
La sicurezza è un'altra questione. Si tratta della protezione dall'esterno,
la fiducia che quello che stai facendo stia davvero accadendo. Online bisogna
essere sicuri che il sito che si sta visitando o l'ente con cui si sta
interagento sia quello giusto e non un'abile impersonificazione atta a rubarti
i dati bancari o altre informazioni.
C'è chi spiega i perché e i come della privacy meglio di me: fra tutti il
sito Privacy Guides,
un importante luogo di divulgazione di tutto ciò che riguarda privacy e sicurezza.
C'è anche questo video che in
qualche minuto espone bene la questione.
Una piccola riflessione per concludere: molti dicono che non interessa loro proteggere le informazioni che vengono raccolte da certe aziende. Alla fine, queste aziende dicono di farlo "al fine di migliorare la nostra esperienza." Il fatto è che, anche qualora fosse vero, nel frattempo stanno racimolando palate di soldi – più di quante se ne sono mai racimolate nella storia – gratuitamente. Alle aziende interessano eccome i nostri dati, sono la fonte di guadagno migliore del XXI secolo. Perché, anche se non ci interessa, dovremmo donare le chiavi alla nostra miniera d'oro a degli sconosciuti?
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